domenica 11 agosto 2019

Viaggi con Charley


Un viaggio è una persona a sé, non ce ne sono due simili. E sono inutili progetti, garanzie, controlli, coercizioni. Dopo anni di lotta scopriamo che non siamo noi a fare il viaggio; è il viaggio che "fa" noi. Guide, orari, prenotazioni, inevitabili e rigidi, vanno diritti a naufragare contro la personalità del viaggio. Solo quando abbia riconosciuto tutto questo, il vagabondo "in vitro" può abbandonarsi e accettare la realtà.
(John Steinbeck, Viaggi con Charley)


Buona domenica, lettori in pantofole! Come ve la passate? La sottoscritta è in vacanza da qualche giorno, per cui posso riappropriarmi di queste pagine con una certa calma e serenità.
Oggi, quindi, si torna a parlare di America e di viaggi (direi che il periodo non potrebbe essere migliore 😊).
Viaggi con Charley era da tempo sul mio scaffale e dopo aver amato lo Steinbeck romanziere ero ben disposta ad affrontare anche il saggista. È stato un viaggio di ampio respiro, in un'America lontana (quella degli anni Sessanta) eppure quantomai attuale negli spunti e nelle riflessioni di John Steinbeck. Un memoir di tutto rispetto e una lettura appassionante per quanto, qui lo dico e lo ribadisco, la mia preferenza vada ancora al romanziere...


Il 5 settembre 1960, il Labor Day, John Steinbeck parte da Sag Harbor, sulla punta estrema di Long Island, a bordo di un "attrezzatissimo" furgone ribattezzato Ronzinante. Gli fa compagnia solo il fedele barboncino Charley che lo accompagnerà in un pellegrinaggio di oltre tre mesi sulle strade d'America. Un viaggio che segue un percorso antiorario, da est a ovest, dallo Stato di New York alla California e poi giù attraverso il Texas e la Louisiana, un viaggio per riappropriarsi del proprio Paese, quell'America nascosta, lontana dalle grandi arterie di comunicazione, dalle grandi città e dagli uomini in giacca e cravatta. 
Viaggi con Charley è il resoconto scritto di quei tre mesi di vagabondaggi, tra imprevisti, deviazioni e incontri, un memoir che ha tutto il gusto e il sapore del grande romanzo americano.    

IL MIO PENSIERO

Il mio piano era chiaro, conciso e sensato, credo. Per molti anni ho viaggiato in molte parti del mondo. In America, io vivo a New York, capito a Chicago o a San Francisco. Ma New York non è America, allo stesso modo in cui Parigi non è Francia e Londra non è Inghilterra. Così scoprii che non conoscevo il mio paese. Io, scrittore americano, che scrive sull'America, lavoravo a memoria, e la memoria è, al meglio, una cisterna fallosa e contorta [...] Fu così che decisi di guardare ancora, di cercar di riscoprire questa terra-mostro. 
Sta tutto qui il succo di Viaggi con Charley, in questa affermazione di apertura. E così, proprio per riscoprire quell'America che era il fulcro di ogni sua fatica, John Steinbeck decise di rimettersi in viaggio in compagnia del barboncino francese Charley (al secolo Charles le Chien) e alla guida di un "letterario" mezzo di locomozione, l'attrezzatissimo Ronzinante.
Ne scaturisce un memoir di ampio respiro, un resoconto di viaggio che ha tutta l'eleganza e il ritmo del romanzo, condito da riflessioni, impressioni ed estemporanee. Perché l'America di cui va in cerca Steinbeck non è l'America delle mete turistiche, delle metropoli, del boom economico seguito alla Depressione ma quella di provincia, nascosta, dimenticata. Steinbeck viaggia, vede, ascolta e parla e molti dei personaggi che respiriamo tra queste pagine potrebbero a diritto essere usciti da uno dei suoi tanti romanzi.  C'è la cameriera di Bangor, i Canuck stagionali del Maine, il proprietario della stazione di servizio in Oregon, tante storie diverse, tanti spunti e contraddizioni per un unico grande paese.
A colpirmi in questo viaggio di carta sono state non tanto le descrizioni del paesaggio (che pure ci sono e sono bellissime) quanto gli spunti e le riflessioni che sorgono alla guida di Ronzinante, osservazioni ironiche, tirate umoristiche ma anche amare e desolate. Siamo nell'America degli anni Sessanta e pure molti degli interrogativi che si affacciano alla mente di John Steinbeck sono di una lungimiranza incredibile, vivi oggi più che mai: Non dico questo per criticare un sistema o l'altro, ma mi chiedo se verrà mai un tempo in cui noi non potremo più permetterci questa disposizione allo spreco... spreco chimico nei fiumi, spreco metallico dappertutto, spreco atomico sepolto in fondo alla terra o affondato nel mare. Quando un villaggio indiano affondava troppo nel proprio sporco, gli abitanti se ne andavano. E noi non abbiamo posto dove andarcene.  

E ancora seguiamo l'autore attraverso passi di montagna, rettilinei trafficati, assolate strade perse nei campi e a rapirci è quel gusto del vagabondare che è insito nell'idea stessa di viaggio. Davanti ai miei occhi è scivolata tutta la vastità dello spazio americano con i suoi paesaggi così diversi ed eterogenei: che fossero i campi del Wisconsin, le immense sequoie dell'Oregon meridionale o le Bad Lands del South Dakota: E la notte, lungi dall'essere tremenda, fu impensabilmente bella, perché le stelle erano vicine, e pur non essendoci luna, lo stellato faceva nel cielo un chiarore argenteo. L'aria mordeva le narici per il gelo secco. E per puro piacere, io raccolsi un mucchio di rami di cedro secchi e feci un focherello, solo per fiutare il profumo del legno arso e per sentire il crepitio agitato dei rami. Il mio fuoco creava una cupola di luce gialla sopra di me, e lì vicino sentii lo strillo del gufo e il latrato del coyote. Non ululava, era semmai la breve risata della luna nuova. Ecco uno dei pochi posti in cui la notte è più amica del giorno. E riesco a capire perché la gente torni nelle Bad Lands.  
Pura magia, che mi ha fatto apprezzare a fondo questo memoir, se un difetto lo vogliamo trovare sta nel disequilibrio di questo resoconto. Alla puntualità, all'attenzione nelle descrizioni e negli aneddoti che contraddistinguono la prima parte del viaggio ovvero gli stati del nord degli Stati Uniti, si contrappone una certa fretta, un correr via nella seconda parte. E così mi sarei aspettata qualcosa di più sul Lone Star e la vecchia Lousiana. Certo, John Steinbeck lo spiega chiaramente, dopo tanti mesi di viaggio, la strada correva verso casa e il desiderio di quiete e riposo incalzava pure nel lettore resta un po' l'amaro in bocca per questo affrettarsi sul finale.
Quattro pantofole. Un resoconto di viaggio di tutto rispetto. Per quanto continui a prediligere lo Steinbeck romanziere, pure sento di consigliarvi questo memoir su di un'America lontana ma attuale oggi quanto cinquant'anni fa.

Di seguito vi lascio tutti i dati del volume, facente parte della collana Bompiani dedicata al grande romanziere statunitense e curata da Luigi Sampietro:


  JOHN STEINBECK 

Viaggi con Charley. Alla ricerca dell'America
(Travels with Charley. In search of America)
editore: Bompiani; pagine: 272; EAN: 9788845293726
data di pubblicazione: 15 novembre 2017
brossura: € 12.00; eBook: € 4.99; acquistalo su: Giunti al Punto

Nel settembre 1960 John Steinbeck affronta un viaggio attraverso gli Stati Uniti a bordo di un furgoncino chiamato Ronzinante in compagnia del barboncino Charles Le Chien, detto Charley. Lo scrittore ha sempre amato viaggiare e alle soglie dei sessant'anni sente che deve uscire di casa alla ricerca di ispirazione e di storie nuove per i suoi racconti e romanzi. Dalle piccole cittadine alle grandi metropoli fino ai paesaggi selvaggi, in questo libro ritroviamo lo sguardo maturo dello scrittore, e la sua curiosità e sensibilità per ogni aspetto della vita, umana e naturale. Un resoconto unico che offre uno spaccato dell'America degli anni sessanta, fatto di ritmi quotidiani, incontri con persone umili come un garagista o un negoziante, problemi vecchi e nuovi, come la questione razziale nelle periferie o l'inquinamento dei fiumi. Steinbeck rivela un acume unico nell'osservare la realtà dalla prospettiva degli umili e una vena lirica inconfondibile nel descrivere un'America che scopriamo pagina dopo pagina, chilometro dopo chilometro.Ive 
Traduzione di: Luciano Bianciardi

CHI ERA JOHN STEINBECK (1902-1968):
uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale. Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per Furore nel 1940, nel  1962 venne insignito del Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”. Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì inoltre la Medaglia presidenziale della libertà. Le nuove edizioni di tutte le opere di John Steinbeck sono pubblicate presso Bompiani, a cura di Luigi Sampietro. 


I've gone to look for America... Simon and Garfunkel mi sembrano i più adatti per chiudere questa recensione e così ci andiamo ad ascoltare la bellissima America (Bookends, 1968) dal live di Central Park nel 1981:

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